Essere nella natura senza causa

scritto da Insideyou
Scritto 7 anni fa • Pubblicato 5 ore fa • Revisionato 5 ore fa
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Testo: Essere nella natura senza causa
di Insideyou

Ti incontrai quel mattino, c’era una giornata soleggiata e sublime e ci salutammo, abbracciandoci poi spontaneamente, tenendoci teneramente stretti seppur solamente per qualche secondo, senza alcun motivo. Mi zittisti, perché il solo vederti silenziò ogni verbalizzazione possibile ed ascoltare quel passo emozionale di due cuori mai stati così vicini, fu una strabiliante ed intensa benedizione. Ancora adesso, potrei denominarti in eccelsi modi, sublimarti in altisonanti frasi, elevarti con complimenti meravigliosi, scriverti componimenti liberi toccati da una eccezionale beltà e privi di qualsiasi contaminazione del tempo che possa deturpare la tua purezza; descrivere vanitosamente quell'estasi, condividerti quella bellezza immensa e gaudiosa del sentirti, definire meravigliosamente il rigoglio, quell'incontenibile felicità nel saggiare ogni tuo gesto, ogni tua movenza, quella tua grazia dolce, deliziosa, fine e straordinaria. Ma sarebbe limitarti, imprigionarti in un'immagine che vivrebbe spenta solamente nelle memorie. Nessun aggettivo potrebbe mai definirti pienamente ed anche se lo si trovasse, sarebbe cingerti ogni volta in differenti confini, sarebbe privarti comunque sempre di qualcosa, sarebbe contaminare il visto clamoroso e vasto che ti gustò. Pertanto, di quell'immensità rimane solamente un profondissimo silenzio che da allora mi accompagna. Ma non è un ricordo che può essere usato, rievocato dal piacere del dolore e gettato quando non serve più. È una esile quiete meditativa, dalla quale emerge un sentire puro, privo di causa e senza nessuna parola in grado di contenere quel volo così inebriante, soave ed emozionante del percepirti.

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Era il primo di maggio e per quella tradizione ricorreva in quel giorno la festività del lavoro, anche se stranamente però quasi tutti i mercati erano all'opera per gli affari, nonostante fosse la loro stessa solennità. Una macchina in condizioni davvero precarie stava intanto parcheggiando nel vialone antistante l’antica reggia: salì sui manti erbosi di quei gloriosi giardini diverse volte arrancando, per la metà del suo passo e scesero alla fine di quell’insulto, da un abitacolo stretto ed angusto per quella corporatura, una coppia di opulenti ottantenni con due grosse brocche di vetro, una ricolma di vino e una d'acqua. La signora aprì il portabagagli prelevando diversi oggetti: stese innanzitutto un grosso panno sull’erba, sistemò poi con dovizia la fornace e si mise in procinto di accendere il fuoco mentre il marito nel frattempo accese la radio; c'erano i sodalizi per le prossime elezioni che dovevano essere ascoltati da tutti, non solo da loro, così aprì la confezione di carne buona che aveva preso dal macellaio di fiducia ed ordinò alla moglie di aprire il tavolo, bandirlo e sbrigarsi nel dare fuoco ai carboni: aveva fame, il mezzogiorno era trascorso e lo stomaco reclamava il cibo. Erano anni che andavano là, in passato con i figli, ora erano soli e cambiavano spesso posto, per scoprire come era fatta la selva con la tranquillità della lettura dei giornali, sentendo le ultime notizie e gustando con avidità il buon cibo: questo per loro era lo stare nella natura. Nel frattempo altre macchine si aggiunsero alla loro ed i boschi solitari iniziavano ed essere occupati ed usurpati da uno sciame di umani rudi e prepotenti che si preparavano ad invadere i spazi vuoti con l’arroganza del possesso: c'erano tavolini da pic-nic che si aprivano, fornaci già all'opera, fuochi accesi senza cura, barbecue in preparazione e molti giovani che giocavano già al pallone, schiamazzando accompagnati dalla musica rimbombante e ad alto volume del momento, che usciva con veemenza da quei grossi lettori musicali che avevano portato con loro. Nessuno aveva notato ed ascoltato il fruscio fresco del vento, il mormorio del fiume, i giochi del sole tra le frasche, i dolci profumi selvatici della primavera già inoltrata, quei manti floreali gialli dipinti dal rosso dei fiori di papavero ed i canti estasianti degli uccelli, che però erano davvero rimasti basiti adesso per quel brutale e barbaro assalto degli esseri umani.

Vi sono due diverse modalità per stare nella natura: noi conosciamo solo una di queste, quella del rifugio, del riparo, della fuga ricercata e programmata dalla meccanicità devastante della quotidianità che ci ha imprigionati nelle spesse mura delle abitudini, costruite dalla pigrizia e dalla paura. Nonostante sappiamo bene di esserci separati dalla natura, ritorniamo ad essa per cercare la distrazione, la tranquillità, quella calma costruita dall'occasione che non riusciamo in nessun modo ad avere nel vivere di tutti i giorni. Per cui andare nella natura è una reazione contraria a ciò cui ci siamo ridotti: insensibili macchine che ripetono le stesse fallaci consuetudini. Con tale foga, brutalità, ansia, repulsione, spietatezza, saccenteria e crudeltà, ritorniamo dalla natura per servircene e violarla nuovamente: calpestiamo erbe, arbusti, piante; tagliamo rami, tronchi, fiori; accendiamo fuochi, bruciando la carne proveniente dai macelli migliori che ammazzano animali allevati biologicamente; lasciamo rifiuti di ogni genere ovunque tanto qualcuno pulirà e ricopriamo il silenzio dell'immensità del luogo con il vaniloquio schiamazzante e fragoroso di urla, grida, fumo, vociare assordante, gemiti, stereo musicali a palla con tutti quei canti stonati che li accompagnano. Entriamo nella casa della natura da padroni, portando con noi le nostre miserie interiori, usurpando ogni suo anfratto che deve essere idoneo e consono al nostro gusto, in grado di rispettare ciò che abbiamo già schematizzato e proiettato dover essere come una giornata meravigliosa, non per come giungerà a noi, ma invece per come la vogliamo noi, contaminando sentieri e dirupi con scatti fotografici, giornali, residui di merende, plastiche varie, profilattici, mozziconi di sigarette, carte e bottigliette di bevande finite di vario tipo: essendo un peso, possiamo lasciare i rifiuti dove capita. Al termine della giornata, che sorprendentemente ogni volta fugge via ancor prima di essere iniziata, ebbri di alcool, musica o chissà cos'altro, ritorniamo a reiterare il nostro solito schema, rinchiudendoci nuovamente nel cemento e pubblicando sui social o parlottando nei giorni dopo con parenti o amici, dei vari trascorsi, miserabilmente vissuti senza alcun rispetto e ritegno, ma con la vanità e l’orgoglio di essere andati qui o lì e di aver fatto questo o quello. La seconda modalità per approcciare la natura è quella di riavvicinarci ad essa con umiltà, con leggerezza, con una certa esitazione, senza alcun motivo o proposito, senza routine o ricorrenza alcuna e con una libertà interiore che ci vede appartenere alla natura stessa, non separati da lei proclamandoci poi padroni del tutto. Quando c'è questa sensibilità che è intelligenza, quando c'è quel sentire che vede percepire quanto noi siamo parte di essa e non divisi, quando ci siamo resi conto di ciò che le abbiamo forbito senza ritegno, quando ci avviciniamo ad essa con il silenzio attento e quieto del rispetto, allora nasce da tutto ciò una disciplina senza rigore, senza sforzo, senza metodo e senza esercizio, che adduce tatto e riverenza. C'è una comprensione profondissima e chiara di ciò che abbiamo davvero fatto sinora al mondo in cui viviamo, di cui facciamo parte, di cui siamo parte, dal quale proveniamo e del quale siamo solamente una manifestazione violenta, arrogante e presuntuosa che nell’appropriarsene indebitamente, dopo essercene separati, lo sta lentamente distruggendo. Quando questo senso di appartenenza e di cura sovviene, quando il vero sorge maestoso da ciò che abbiamo visto e compreso, allora c'è rapporto vero con la natura, c'è il rigoglio gioioso di essere con essa, di ascoltare i suoi dolci suoni, di osservare le sue straordinarie fattezze, di sentire i suoi delicati profumi, di condividere le sue eccelse bellezze, con quella dolcezza e gentilezza non ricercata della sensibilità, che è libertà. Ma noi siamo troppo egoisti, aridi, vuoti ed esuberanti per vedere con il cuore tutto questo: i nostri occhi osservano con lo sguardo del condizionamento, quello oscuro e perverso dei nostri bisogni. Siamo degli ipocriti allora, quando parlando dell’inquinamento, dell'ambiente e del futuro, calpestiamo i fiori, tagliamo gli alberi secolari e ci teniamo stretti quelle piante che ci piacciono tanto sulle prigioni dei nostri balconi per dire che ci appartengono, vantandoci di quel possesso, perché alla fine noi sappiamo solamente strappare, prendere, usare, possedere per poi gettare e basta. Che squallore, frammisto a crudeltà.

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